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A proposito dell’Uomo col Cappello

Questo articolo è un editoriale. Significa che contiene un'opinione, un parere o un'interpretazione personale dell'autore che può - eventualmente - essere diversa o discordante dalle opinioni del resto della redazione di Star Wars Addicted.

Il presente editoriale è stato scritto l’8 Febbraio 2022, volutamente prima del finale di stagione di The Book of Boba Fett db. La prima parte è stata redatta da Carlo Federico Rossi (Star Wars Libri & Comics), la seconda da Nicolò Margani (Star Wars Addicted).

“[…] E non c’è rimedio. A torto o a ragione, rimane sempre un marchio… che non si cancella più.
Ora torna presto dalla mamma, e dille da parte mia che non tema più niente: la tranquillità è tornata nella vallata.”
– Shane (Alan Ladd) ne Il Cavaliere della Valle Solitaria (1953)

Mentre sullo schermo scorrevano i titoli di coda del sesto episodio di The Book of Boba Fett, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era la storica citazione, proveniente da una pellicola di settant’anni fa.

Ho respinto l’impulso istintivo di prendere in mano il cellulare per leggere le opinioni di chi condivide le mie stesse catene della (o di, a seconda dei punti di vista) passione. Ero certo che sentimento complessivo sarebbe stato di esultanza, al limite dell’univocità… Ma allora perché qualcosa mi impediva e mi impedisce tutt’oggi di abbandonarmi all’euforia?

Le problematiche insorgono quando si realizza che – del cosiddetto “libro di Boba Fett” – le parti meglio riuscite e acclamate sono quelle che corrispondono agli inserti pubblicitari a fine pubblicazione: in tutto e per tutto dei teaser per quelle che saranno le serie del prossimo futuro.

Dietro ai due episodi maggiormente incriminati, il quinto e il sesto, incombe un’ombra dalla silhouette inconfondibile, quella di un Uomo col Cappello.
Dave Filoni, additato a più riprese negli ultimi anni come salvatore della saga, è per chi scrive l’emblema delle difficoltà riscontrate maggiormente nelle serie degli ultimi anni.

La seconda stagione di The Mandalorian e la prima di The Bad Batch, intimamente legate alla figura creativa di Filoni, soffrono tremendamente della mancanza di una solida trama.
Basti solamente rammentare le necessità dei protagonisti di vedersi rimbalzati da un capo all’altro della galassia, eternamente destinati nella larga parte degli episodi a incontrare volti già noti agli spettatori.

A salvare almeno il Mandaloriano, rendendolo a parere personale uno dei migliori prodotti degli ultimi anni, accorre una patina talmente ben realizzata che è in grado di mantenere salda la sospensione dell’incredulità, rapendo l’attenzione e il cuore della maggior parte dei fan.

In The Book of Boba Fett, però, qualcosa non ha funzionato.

La serie rappresenta la celebrazione di uno Star Wars prigioniero di sé stesso, intrappolato in una sorta di ciclico “eterno ritorno” citazionistico, praticamente incapace di reggersi in piedi senza prima avere la sicurezza di averli ben saldi a terra.

Tralasciando alcuni esempi palesi (a dir poco agghiacciante il parallelismo Luke Skywalker db/Boba Fett nel secondo episodio), questa sensazione di congelamento nel tempo raggiunge il suo apice proprio nella puntata diretta dallo stesso Filoni.

Si dice comunemente che le prigioni più efficienti siano quelle le cui sbarre non sono visibili, e l’episodio Dal Deserto uno Sconosciuto ne è il perfetto esempio.
I buoni propositi riservati al personaggio di Boba Fett – goffamente rappresentati su schermo – di imbastire un nuovo ordine basato sul rispetto e sulla moderatezza si perdono irrimediabilmente nel tepore intorpidente del focolare domestico, familiare e rassicurante, rappresentato dalle vicende del Mandaloriano, di Grogu db e di Luke.

La sensazione di prevaricazione narrativa, nella quale la sottotrama (l’addestramento del piccolo Grogu) della sottotrama (Din Djarin db che ha un ultimo compito da svolgere prima di schierarsi al fianco del daimyō) accantona nuovamente la vicenda principale è pressoché istantanea. Dimenticato l’ex cacciatore di taglie, relegato a compiere un mero accenno del capo, la puntata si vota completamente a blaster fumanti, spade di luce, situazioni, camei e citazioni che non possono lasciare indifferente alcun fan. Quindi ecco l’addestramento di Grogu da parte del Maestro Skywalker, la comparsa di Ahsoka, l’ineluttabile battuta “come tuo padre” e la prima apparizione live action di Cad Bane db.

Sebbene l’ultima voce dell’elenco risulti un momento comunque riuscito, inquietanti e pericolose sono le precedenti: un tanto glorioso quanto effimero insieme di situazioni e strade già battute, minuziosamente confezionato e inserito all’interno in un prodotto con il quale non ha attinenza alcuna.

Carlo Federico Rossi, Star Wars Libri & Comics.

A proposito dell’Uomo col Cappello, Star Wars AddictedLa fase iniziale del cinema viene comunemente definita ‘delle attrazioni’. Con questo termine si indica l’obiettivo puramente giocoso dell’intrattenimento visivo di allora, che cominciava a realizzarsi in opere più complesse ma ancora lontane da quella concezione successiva del cinema come arte, e in particolare come arte del racconto. Tra i vari artisti il più celebre, e più importante per la storia del cinema tutta, è di certo il francese George Méliès, autore –tra le altre cose- di Le voyage dans le lune (Viaggio nella Luna), in cui un gruppo di individui raggiungeva il satellite abitato dai Seleniti. 

Questo preambolo apparentemente slegato dalla specificità del nome che porta il sito su cui state leggendo queste parole, mi è in realtà molto utile per spiegare il ‘problema Filoni’, che non riguarda specificatamente il creativo portante il nome, ma è di certo esemplificativo di una certa tradizione filoniana, i cui risultati più evidenti sono palesati in The Mandaloarian e in The Book of Boba Fett. La questione ‘cameo’, o più precisamente l’abitudine ormai diffusa di gettare nel calderone ogni genere di figura-occhiolino per gli appassionati, è curiosamente simile a quel cinema delle attrazioni menzionato prima: l’obiettivo di Méliès non si legava tanto al racconto di storie, o all’utilizzo di queste per intrattenere e assorbire il pubblico, ma piuttosto al meccanismo di mostrare cose, le più divertenti, curiose e affascinanti cose che il cinema poteva rendere palesi. Le persone non volevano essere attratte in un intreccio narrativo, desideravano giocare nel vedere il più possibile e il più diverso possibile.  

Ho usato questo esempio perché negli intenti della direzione presa da Lucasfilm per Disney+, e in particolare per l’effetto Filoni che coinvolge queste opere, non è troppo difficile intravedere un’analogia nell’unico vero scopo di apparire e far apparire, di emozionare il fan con effetti strabilianti e materiale spudoratamente al loro unico servizio e benessere: Star Wars è per Disney+ una fiera, un evento celebrativo dell’immaginario magnetico dell’universo creato da George Lucas, dove si va non per vivere una storia ma per indicare scalpitanti il mangiafuoco o l’acrobata, e nel mentre deliziarsi con dello zucchero filato, incluso nel biglietto già pagato. E si esce da questa giostra apparentemente appagati, magari con alcune belle memorie da conservare, eppure destinate a svanire nel tempo, perché legate irrimediabilmente alla fugacità della festa del paese, ciclicamente ripetuta e progressivamente in perdita del suo mordente ludico e attrattivo.  

Ecco, questo è il grande problema dello Star Wars che stiamo vivendo. Non la sua appartenenza ad un universo più ampio o l’affascinante lore dei mandaloriani, o del sottobosco criminale o dei Jedi. Dave Filoni ha dimostrato di saper creare attrazioni, ma ancora fatica a concedersi una visione propria, svincolata dalla ricerca del soddisfare un pubblico chiaramente pronto a sorbirsi qualsiasi genere di contenuto che coinvolga le sue doti sensoriali più superficiali, ma senza una reale visione del futuro, di una certa permanenza creativo-artistica di opere che dovranno provare di resistere al tempo e al cambiamento delle percezioni generali.

Al di là quindi dei gusti personali, come la mia personale indifferenza nei confronti di Ahsoka Tano db post Star Wars Rebels, è necessaria una discussione riguardante questa fase di Guerre Stellari. L’impressione è che a impedire a Dave Filoni di essere davvero autore è la riverenza di chi gli dà troppo credito per traguardi non sempre così clamorosi. È pur certo che la strada per diventare una firma, e non la rappresentazione dei desideri altrui, dovrà necessariamente passare per l’individuo stesso; un primo passo sarebbe quello di cominciare a sbarazzarsi delle opprimenti figure che seguono il creativo ormai dal 2007. L’attaccamento non è da Jedi, e spesso lasciar andare significa costruire qualcosa di nuovo, di bello e al tempo stesso di unico, che parli di Filoni e non della sua abilità nell’accontentare il pubblico.  

Forse tornare a vedere Star Wars al cinema ci ricorderà di quanto resti poco dopo che i tendoni della fiera sono smontati e riposti. Quelle che una volta erano luci abbaglianti potrebbero non risplendere poi così tanto tra qualche tempo. Forse il vero problema è solamente uno: è Star Wars a meritare di più, non il pubblico

Nicolò Margani, Star Wars Addicted.


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Executive Editor

Appassionato di Star Wars e della sua vena fantasy, di cinema e di lettura. Prima di tutto però Videogiocatore, hobby che occupa gran parte del mio tempo libero e che cerco di coniugare con l’amore per le storie, in particolare quelle di una galassia lontana lontana.

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Nato a Udine nel 1993, sono laureato in Analisi e Gestione dell’Ambiente presso l’Università di Bologna. La passione per Star Wars inizia a manifestarsi all’età di otto anni e da allora non mi ha mai abbandonato. Patito degli Anni 80 e della cultura pop dell’epoca; amante della musica in generale, dal thrash metal alla synthwave moderna. Collaboro con Star Wars Libri e Comics al fine di entrare in contatto con altri fan ed eventualmente orientare coloro i quali volessero muovere i primi passi all’interno del mondo cartaceo della saga.

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