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Star Wars Visions recensione: La sacralità della spada

Dopo aver visto in anteprima Star Wars Visions, siamo pronti a dare un giudizio complessivo sull’eclettica serie dal respiro orientale. Saranno bastati la cultura e lo stile giapponese a costruire un’opera degna del nome che porta?

Star Wars Visions è, come dice il nome, uno sguardo su un mondo diverso, su una galassia incantata dalla mitologia e dalla cultura giapponese. In fondo, l’opera di George Lucas ha da sempre avuto una particolare affinità con l’estetica, la tradizione del Sol Levante. E Visions non è che altro che una dimostrazione dell’universalità artistica del patrimonio fantasy che è Guerre Stellari.

In The Duel, il corto che apre la serie, non si può che lasciarsi ammagliare dalla classica iconografia nipponica, dal bianco e nero che fa riemergere la cinematografia di Akira Kurosawa, potente catalizzatore creativo del futuro padre di Star Wars. Lo studio Kamikaze Douga porta su schermo un racconto asciutto, libero da artefatti filosofici e grande imprese. Il tempo necessario a far salire in superficie le prime bolle in una pentola, e il duello tra un misterioso guerriero, un Ronin, ed una feroce assassina ha inizio, si sviluppa e conclude.

Ma ciò che rimane, e che inaspettatamente resta per tutti gli episodi dell’antologia, è il simbolismo sacro, eterno, rituale della spada.

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L’arma di un Cavaliere Jedi

Una katana libera, il cremisi che insanguina la lama, l’acciaio che trafigge in un unico, delicato e mortale colpo la carne del nemico. O ancora, in The Ninth Jedi (di production I.G) un fabbro che costruisce delle spade laser, vive e animate dalla volontà di chi ne brandisce il portentoso potere. Un racconto, anche questo, colmo di novità, eppure stranamente familiare, vicino ai fan, a chi è abituato ai temi di Star Wars: famiglia, luce, oscurità. E l’arma, cruciale nel suo eterno simbolo, è portatrice di male o bene, di pace o guerra. E’ distorta in The Elder, magica e musicale in Tatooine Rhapsody, nobile e tragica in The Village Bride.

E proprio nel lavoro di Kinema Citrus la potenza evocativa di Star Wars si fa largo tra le linee di una storia delicata, ammantata di dolcezza e dramma, sacrificio e amore.

La sposa, la Jedi, la Forza

La Forza, in The Village Bride, è un’energia magica sacra, una canzone della vita che risponde nelle sue costruzioni naturali. Lo è anche il corto, naturale, nel suo trascorrere lento, di immagini ampie. In sottofondo un soave coro, una canzone della Forza. Un matrimonio unisce due innamorati, con un velo di tristezza al di sopra di tutto, un’attesa per un sacrificio che dovrà essere compiuto. Anche qui, l’arma è estensione del potere del Jedi, e si rivela solamente quando ritenuto necessario, sfoderando la femminile, elegante bellezza di una spada fiera.

Nel finale, qui senza spoiler, Visions dimostra per l’ennesima volta non solo di essere Star Wars, ma di saperne portare in scena le celebri dinamiche senza soffrirne neanche un po’.

Volevo dedicare qualcosa in più a The Village Bride, perché rappresenta il perfetto esempio del valore artistico di Star Wars Visions. Ma non è l’unico episodio riuscito. I nove corti rappresentano un viaggio tra gli stili d’animazione giapponese più riconosciuti, uniti dall’amore per la galassia lontana lontana. Musica, personaggi, ambientazioni, compongo un affresco vario e fresco di storie sempre uniche, nuove. E che sia una singola scena, un racconto, o altro, qualcosa vi rimarrà dentro.

Un sentimento diverso eppure familiare, strano ma piacevole. E forse tornerete con una certa voglia a rivivere quei momenti.

Executive Editor

Appassionato di Star Wars e della sua vena fantasy, di cinema e di lettura. Prima di tutto però Videogiocatore, hobby che occupa gran parte del mio tempo libero e che cerco di coniugare con l’amore per le storie, in particolare quelle di una galassia lontana lontana.

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