Editoriale
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Luogo comune assai ricorrente nella critica degli adattamenti cinematografici è il commento “Meglio il libro del film”. Dopo la lettura tutta d’un fiato dei romanzi Star Wars: Resistance Reborn di Rebecca Roanhorse e The Rise of Skywalker Expanded Edition di Rae Carson, tale cliché sembrerebbe calzare a pennello, se non fosse che queste due opere letterarie non sono le fonti originali, come capita di solito, bensì al contrario sono questi libri ad essere gli adattamenti cartacei del film di J. J. Abrams, L’Ascesa di Skywalker (2019).

Procediamo tuttavia per gradi. L’intento del presente articolo è di recensire all’unisono i romanzi di entrambe le autrici, accomunati dal fatto non solo di essere in effetti l’uno il prequel dell’altro, ma anche di possedere caratteristiche simili che li rendono degli straordinari, e a tratti fondamentali, tasselli sicuramente del mosaico della nuova Trilogia Sequel, e forse più in generale dell’intera saga degli Skywalker.

Ricapitoliamo in breve le trame dei due romanzi, eludendo ogni possibile spoiler, prima di addentrarci nel paragone vero e proprio con il film.

Il libro della Roanhorse comincia proprio lì dove Episodio VIII e il fumetto di Poe Dameron La Scintilla e la Fiamma si erano conclusi. Dopo la battaglia di Crait, la Resistenza è in rotta: le sue linee si sono ridotte a uno sparuto manipolo di soldati, la sua flotta è distrutta, Luke Skywalker è morto, come anche l’Ammiraglio Akbar e Holdo, lasciando le truppe senza più figure di riferimento. Il Primo Ordine ha finalmente campo libero per provare a sottomettere l’intera galassia. La Resistenza sembra essere rimasta senza più alleati, ma il suo Generale Leia Organa crede ancora nella causa e guiderà perciò i suoi uomini alla ricerca di amici pronti a dare una mano e di una nuova base segreta. Ma la Principessa di Alderaan non è sola, a sostenerla ci sono il suo neo-promosso Comandante Poe Dameron, con la sua squadra di piloti, l’ex Assaltatore Finn e la sua miglior amica Rey, gravata dal destino dell’eredità di tutti gli Jedi sulle sue spalle. Nuove e soprattutto vecchie conoscenze si uniranno al movimento di combattenti per la libertà.

The Rise of Skywalker di Rae Carson è invece ovviamente l’adattamento letterario dell’omonimo film, ambientato circa un anno dopo le vicende di Resistance Reborn. I guerriglieri del Generale Organa hanno trovato una nuova base sicura sulla luna Ajan Kloss, ma proprio mentre sembrano essere riusciti a riorganizzare le proprie fila, un terrificante messaggio dell’Imperatore redivivo sconquassa l’intera galassia. Lo stesso Leader Supremo del Primo Ordine è angustiato dalla possibilità di perdere ciò che ha duramente conquistato e si lancia ossessionato alla ricerca di Palpatine. Il tempo della vendetta è giunto, il Primo Ordine dovrà cedere il passo all’Ordine Finale, all’Eterno regno dei Sith.

Il libro non è tuttavia una mera trasposizione su carta, bensì amplia e approfondisce la sceneggiatura originale di Abrams e Terrio, presentandosi a tutti gli effetti come una vera e propria versione estesa del film. La Carson arricchisce infatti la storia con scene e dialoghi tagliati nella versione cinematografica finale, ma che costituiscono delle aggiunte davvero succose, se non fondamentali per una visione d’insieme.

La prematura scomparsa dell’amata e compianta attrice Carrie Fisher deve aver reso parecchio complicato per il regista portare sullo schermo una storia, che sin dai piani originali della trilogia, doveva essere dedicata a lei. Approfittando perciò della libertà concessa dalla forma romanzesca, Rae Carson ha potuto espandere i momenti e i dialoghi dedicati a Leia, nonostante il discreto lavoro compiuto da Abrams che ha fatto di necessità virtù. Nel libro possiamo quindi leggere più approfonditamente dell’addestramento di Rey con la figlia di Anakin Skywalker, e di quello di Leia con Luke nel passato proprio su Ajan Kloss. Le scene aggiuntive del romanzo non riguardano tuttavia solo Leia, troviamo infatti quasi capitoli interi che raccontano momenti originali e stimolanti come ad esempio l’incontro tra Kylo Ren e The Eye of the Webbish Bog (l’Occhio della Palude delle Ragnatele), una creatura mistica e unica che sorveglia il Puntatore su Mustafar; oppure l’interrogatorio dal sapore nostalgico dello stesso Leader Supremo al prigioniero Chewbecca; o infine una visione di Rey che ci consegna la spiegazione, piuttosto chiara, su come Lord Sidious abbia effettivamente vinto la morte.

Diversi sono inoltre i personaggi secondari che trovano felicemente maggiore spazio: Lando, Zorrii Bliss, Wedge, Snap, Rose e il singolare storico Beaumont.

Giungiamo quindi al primo punto di confronto tra la versione cinematografica e quella cartacea di L’Ascesa di Skywalker. Nonostante infatti ad esempio il libro della Carson mantenga il ritmo elettrizzante del film, riesce tuttavia a prendersi il suo tempo per raccontare meglio i passaggi interiori dei personaggi, soprattutto della protagonista.

Come specificato in partenza, questa non vuole essere soltanto una recensione di due libri, ma una disamina dei vizi di forma di J.J. Abrams che hanno influenzato negativamente la costruzione della trilogia sequel e i due film da lui diretti, che emergono, secondo il sottoscritto, quanto mai lampanti dal raffronto con le opere cartacee.

Entriamo allora più nel merito della questione. Come insegna il Maestro di George Lucas, Joseph Campbell, ogni storia può essere ricondotta all’archetipo del monomito, in particolare Star Wars. Ogni avventura eroica è un viaggio attraverso la separazione da un mondo ordinario per venire iniziati ad un mondo soprannaturale, fino al ritorno cambiati in quello normale. Prima di accettare però la chiamata dell’ignoto, ogni eroe manifesta il proprio rifiuto all’avventura, un momento di dubbio e di spavento spesso risolto dall’aiuto di un mentore. Ne L’Ascesa di Skywalker questo passaggio corrisponde esattamente alla preparazione per la partenza verso Pasaana alla ricerca del Puntatore. Mentre nel film infatti questa fase è risolta molto frettolosamente, la Carson lavora molto bene raccontando il superamento della riluttanza e delle paure di Rey attraverso dialoghi inediti con Maz, Rose e Beaumont Kin. Similmente, troviamo scene di questo tipo raccontate alle porte della battaglia finale su Exegol, come l’ultimo saluto tra Snap Wexley e la moglie Karé o l’altrettanto commovente ricongiungimento tra Lando e la sua vecchia astronave, il Millennium Falcon senza più il suo amico Han.

Tra le critiche più assurde, delle migliaia piovute su Episodio VIII vi è stata anche quella che molte parti fossero noiose. E nel film successivo, purtroppo si ha la sensazione, confermata anche in una dichiarazione del regista nei contenuti speciali, che Abrams avesse il terrore di tediare lo spettatore con scene introspettive. Ma ciò che ne viene fuori è la claustrofobica impressione di assistere spesso più a un trailer fantasmagorico lungo 2 ore, piuttosto che a un film. Se la narrazione serratissima e il montaggio quasi soffocante, senza soluzione di continuità, avevano funzionato nel blockbuster di rilancio del franchise di Episodio VII, mal si accordano purtroppo con un film che avrebbe dovuto tirare le fila di una saga intera.

Come spiegava il genio della Suspense, Alfred Hitchcock: non c’è terrore in uno sparo, ma solo nella sua attesa. Privato dei suoi momenti di pausa, Episodio IX rischia sovente infatti di apparire come una serie di salti ansiosi senza rincorsa, che di conseguenza vanno però poco lontano. I momenti “noiosi” servono infatti proprio ad esaltare quelli avventurosi; anche il bianco è un colore della tavolozza, anche il silenzio è una nota. Per citare un esempio della grande epica classica: cosa sarebbe il duello tra Ettore e Achille, senza l’addio ad Andromaca?

Pur non essendo un romanzo perfetto, con un finale interrotto ex abrupto e patendo del male comune un po’ a tutti i romanzi canonici, ovvero di avere le mani legate per lasciare quanta più libertà creativa ai film, Resistance Reborn riesce comunque nella prova di donare il più ampio respiro possibile a tutti i personaggi e ai loro rapporti interpersonali: descrivendo per esempio i sensi di colpa di Poe per il sacrificio, forse inutile, dei suoi commilitoni, la sua amicizia con Finn e come infine l’ex assaltatore si sia integrato nella nuova famiglia oppure l’insicurezza di Rey dopo aver perso i punti di riferimento che aveva trovato in Han Solo e Luke Skywalker. Ma non solo, Rebecca Roanhorse centra forse il bersaglio mancato invece da Abrams ad esempio con lo scialbo Kijimi, raccontandoci sprazzi una quotidianità iper-caratterizzata, momenti di ordinaria stravaganza che contraddistinguono questa ambientazione fantascientifica così amata: un futuro lontanissimo che sa però di passato vetusto, quasi fatiscente nella tecnologia, nella politica, nella società…

Resistance Reborn ha il merito di raccontare la storia dei personaggi principali sì, ma di restituirci anche notizie sul macrocosmo attorno, sul contesto intergalattico che circonda l’eterna guerra tra Bene e Male. L’opera della Roanhorse è la prima forse a rendere onore al lavoro trans-mediale compiuto fin dal 2014 nel Canone di Star Wars. Intrecciando praticamente al suo interno riferimenti a film, libri, fumetti e videogiochi, Resistance Reborn costituisce ciò che avrebbe dovuto essere la chiusura perfetta di un ciclo di storie sviluppate su più media, che hanno arricchito il contorno narrativo, pur non avendo naturalmente la risonanza dei film principali.

E qui arriviamo infine al secondo punto dolente del confronto tra film e romanzi. Pur dimostrandosi un ottimo regista Abrams ha dato prova di non aver colto forse l’idea di Star Wars come Space Opera corale, fatta sì di protagonisti carismatici, ma anche di tanti altri piccoli personaggi altrettanto amati. Se cross-medialità deve essere, che crossmedialità sia allora. L’aver ignorato questo aspetto, conseguenza anche forse di un rapporto complicato con lo Story Group, o comunque non averlo minimamente omaggiato con degni easter-egg, è stata una vera macchia da parte di Abrams verso gli appassionati che adorano visceralmente la Saga in tutti i suoi aspetti.

Un film non è un libro, è vero, ma si sarebbe potuto raggiungere lo stesso obiettivo con un linguaggio diverso, senza nemmeno che ci fosse il bisogno di prolungare la pellicola per più di altri 5-10 minuti. Si pensi semplicemente a come l’adattamento di Rae Carson inserisca in poche righe dei gustosi riferimenti ad almeno altri sette prodotti di Star Wars nella chiamata a raccolta dei rinforzi giunti su Exegol.

In conclusione, Resistance Reborn e The Rise of Skywalker sono due romanzi consigliatissimi, appassionanti, due letture ricreative e piacevoli, soprattutto se letti in tandem rappresentano un tesoro inestimabile per i fan di Star Wars che vogliono avere una visione completa sulla storia. Purtroppo, entrambi sono disponibili al momento solo in lingua inglese e non ci sono notizie da parte dell’attuale editore di una loro traduzione. Se per voi la lingua d’Albione non rappresenta un ostacolo, si consiglia di accompagnare la lettura con i rispettivi audiolibri, letti fra le altre cose dal medesimo attore Marc Thompson, conditi con musiche ed effetti sonori davvero di ottima fattura, che vi daranno l’impressione di vivere quasi un’esperienza cinematografica, più che letteraria.

Giulio Troli, nato a San Benedetto del Tronto nel 1991, vive a Roma dove si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università La Sapienza. Si occupa di letteratura, cinema, sceneggiatura, fumetti, giochi da tavolo e contrabbando di spezia. È condannato a morte su 12 Sistemi. Qualunque cosa sentite dire di lui.. è vera.


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