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Confessione: non emozionarsi per il finale di The Mandalorian

Questo articolo è un editoriale. Significa che contiene un'opinione, un parere o un'interpretazione personale dell'autore che può - eventualmente - essere diversa o discordante dalle opinioni del resto della redazione di Star Wars Addicted.

Nell’introdurvi a questo articolo mi interessa sottolineare la soggettività di quest’ultimo. Il contenuto che andrete a leggere nasce da idee ed opinioni strettamente personali, che non necessariamente coincidono con quelle della redazione di Star Wars Addicted.

The Mandalorian nasce come serie che, almeno in termini cronologici, si pone ad essere sequel della stessa trilogia originale. Si colloca quindi in un periodo di tempo ancora largamente inesplorato nel canone. In questo contesto Jon Favreau e Dave Filoni hanno voluto raccontare una storia dai tratti estremamente intimi e familiari: c’è il rapporto padre-figlio, questa volta rappresentato dal particolare legame che unisce Din Djarin e Grogu, ma c’è anche il respiro delle grandi occasioni, della lotta per Mandalore, dei resti dell’Impero, di esperimenti segreti. Insomma, The Mandalorian porta con sé un certo tipo di ambizione che sicuramente andrà a plasmare il futuro prossimo della saga. Peccato che questo coraggio vada a scontrarsi con una scrittura spesso altalenante, ma soprattutto schiava di un volere popolare che, pur elogiando la stessa serie, sta portando l’opera seriale di Lucasfilm a scontrarsi contro sé stessa, in una corsa sfiancante per appagare fino all’ultimo fan.

 

Sono Luke Skywalker, forse

Il tripudio scatenatosi dopo l’uscita dell’ultimo episodio della seconda stagione, ‘Il salvataggio’, è forse emblematico di quello che sta accadendo in casa Lucasfilm. Ed è emblematico anche per definire il mio essere fan di Star Wars, di quello che apprezzo della saga, che mi fa veramente emozionare. No, non ho versato una lacrima per l’apparizione di Luke Skywalker in The Mandalorian. A dirvi la verità non sono nemmeno sicuro che quello fosse veramente lui; doppiato da Mark Hamill, vero, ma pur sempre una sorta di costrutto digitale sia non necessario sia particolarmente raffazzonato per risultare sgradevole alla vista. E no, non basta vederlo combattere contro Dark Trooper, deflettere blaster e porsi in posizioni particolarmente eroiche per emozionarmi: lo ritengo un modo sporco, non elegante di trattare un personaggio con trent’anni di storia alle spalle. Questo tipo di operazione non è stata inopportuna quando su schermo sono apparsi Tarkin e Leia in Rogue One: le loro apparizioni erano fugaci, ma utili a rendere il film autoconclusivo, essendo così vicino a Una Nuova Speranza. Una sensazione, quella del vedere questo ‘nuovo’ Luke, paragonabile al cameo avvenuto in L’Ascesa di Skywalker, che mostrava una sequenza inutile dal punto di vista narrativo e fan service nel modo più scorretto possibile. Proprio su questo termine, fan service, si è molto discusso ultimamente e vorrei dare una mia interpretazione della definizione: è sempre sbagliato o può avere risultati positivi? 

Per quanto mi riguarda, il corretto funzionamento di un’operazione fan service, ovvero di un contenuto inserito appositamente per parlare ai fan, risiede nell’apparente inutilità di quest’ultima. Il fan service è un extra, è la ciliegina sulla torta che non influisce direttamente sul sapore del dolce ma che, se presente, restituisce una nota finale di perfetta chiusura. Quando il fan service divento lo strato portante della torta, ecco che il castello cade verso una resa nei confronti del fandom. Una resa scaturita dal timore reverenziale di deludere. E’ palese, secondo me, quanto questo atteggiamento sia presente proprio in The Mandalorian, in particolare nel season finale. Se infatti l’apparizione della darksaber durante la conclusione della prima stagione rappresentava quella ciliegina extra, non indispensabile ma corretta nei confronti dell’opera stessa, durante la chiusura della seconda stagione assistiamo ad un intruglio narrativo che lavora costantemente per quei quaranta minuti in modo da portare all’entrata in scena di Luke. E’ un ‘falso’ climax che sacrifica la scrittura dell’intero episodio -che risulta blando, banale, quasi anonimo- per riuscire a costruire il palcoscenico adatto al cameo finale. Cameo che non solo risulta esplicitamente rivolto ad una fetta di fandom ancorata ad un certo tipo di Star Wars, ma che finisce addirittura per compromettere il momento dell’addio tra Grogu e il Mandaloriano, il cui rapporto viene spezzato, rotto a causa di Luke. Quel Luke che è un presenza troppo immediata per trasmettere allo spettatore un’emozione che non sia la sola nostalgia, la quale è anch’essa un costrutto illusorio che in realtà non rende The Mandalorian più dolce, più vicino alla trilogia originale, ma anzi immensamente lontano nelle intenzioni e nei risultati. Potremmo riassumere l’apparizione del Cavaliere Jedi come il terzo X-Wing riportato a galla dalle acqua torbide di una saga disorientata dopo una trilogia sequel gestita male proprio nel momento del trionfo creativo de Gli Ultimi Jedi. Quel caccia salvato ormai nel 2017, ma che viene continuamente tirato a mollo, ed ogni volta ripescato in maniera sempre più rocambolesca, scenica, come il giullare che si infligge ferite per far ridere il suo pubblico, la cui reazione è il solo nutrimento per il povero comico da strada.

Confessione: non emozionarsi per il finale di The Mandalorian, Star Wars Addicted

Quando The Mandalorian è sé stesso

Ma il peccato più grande è proprio quello di aver ridotto alla funzione di palcoscenico un’opera che di anima ne ha. The Mandalorian funziona davvero e alla grande quando fa The Mandalorian. Il racconto del viaggio di Grogu e Din trasmette il suo potenziale nel momento in cui rimane solo, quando cioè non vengono tirati in ballo personaggi da altre opere, grandi eroi e vecchie canaglie; nella sua umiltà la serie prodotta da Favreau brilla nella galassia lontana lontana, e si affievolisce quando contaminata forzatamente dal bisogno ossessivo del fan service. Un rozzo tentativo di tenere alta l’attenzione dei fan tramite l’uso di maschere conosciute; un modo che, purtroppo, funziona, aprendo le porte ad un futuro della saga che, per quanto roseo possa sembrare, intravede il grosso rischio di accartocciarsi su un cronico auto-citazionismo che trasforma le opere di creativi in eclettici balletti con tanto di campanelline appese al copricapo dei personaggi.

E’ sbagliato ma necessario, in tutto questo, parlare de Gli Ultimi Jedi. Infatti voglio riservare le ultime parole proprio per il film. Bisogna dirlo, The Mandalorian non ha alcuna intenzione di contrapporsi alla pellicola di Rian Johnson; il confronto deriva da una parte di fandom ancora infantile, immatura, incapace nell’analisi individuale di un prodotto. Eppure dal punto vista meramente emozionale, è giusto spendere qualche parola. A prescindere infatti dalle opinioni e giudizi su Gli Ultimi Jedi, non adatti a questo articolo, l’elemento che spiccava, ai miei occhi, dell’ottavo episodio della saga, risiedeva sicuramente nell’eleganza concettuale della storia. I personaggi che si muovevano all’interno di quella sceneggiatura non guardavo in camera urlando la loro epicità, non gli serviva. Bastavano pochi sguardi, un movimento, una battuta per ricreare Star Wars, per ricreare nostalgia, emozione. Una sobrietà che ha reso immortale la trilogia originale, e di cui questo corso ‘2.0’ su Disney+ avrebbe disperatamente bisogno.

 


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Appassionato di Star Wars e della sua vena fantasy, di cinema e di lettura. Prima di tutto però Videogiocatore, hobby che occupa gran parte del mio tempo libero e che cerco di coniugare con l’amore per le storie, in particolare quelle di una galassia lontana lontana.

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