Come tante cose nella società moderna, anche la narrazione nel cinema si è velocizzata. In un mondo dai ritmi sempre più serrati, dove le persone sono sottoposte a una quantità di stimoli con una scala differente rispetto al passato e dove gli spunti di intrattenimento si sono moltiplicati, non solo la fruizione di ciascuna opera è più rapida ma il ritmo della narrazione al suo interno è più serrato. Nel mondo di Star Wars questo è evidente se si paragona il ritmo della narrazione di Una Nuova Speranza a quello de L’Ascesa di Skywalker, sembrano due media diversi tanto sferzante è il ritmo di quest’ultimo in confronto all’azione compassata e diluita del primo.

La velocizzazione del ritmo narrativo ha sconvolto anche il modo di attribuire valore a un film. In un contesto, quello cinematografico, dove le modalità che concorrono alla formazione del messaggio sono cruciali per attribuire valore, il montaggio e il ritmo della narrazione acquisiscono particolare rilevanza. Dovrebbe risultare chiaro che, semplicemente, non si può usare lo stesso metro valutativo per Una Nuova Speranza e per L’Ascesa di Skywalker.

I film devono essere intensi e devono stimolare costantemente lo spettatore a interpretarne il messaggio. In altri termini, la velocità è percepita dallo spettatore di oggi come elemento di qualità. Per preservare il valore del cinema del passato, e quindi per non rassegnarsi alla velocità a tutti i costi, qualche autore cinematografico è andato alla ricerca di espedienti più o meno ingegnosi. Da questo punto di vista ritengo il lavoro più meritevole quello fatto da Quentin Tarantino: i suoi film sono sempre più intensi non perché il montaggio sia velocizzato ma perché in ogni sequenza il lavoro interpretativo dello spettatore è stimolato da citazioni, riferimenti sia uditivi che visivi, e rimandi di significato.

L’attenzione dello spettatore, quindi, è sempre sollecitata, anche se le sequenze non sono così compresse e il montaggio è più “rilassato”. Naturalmente perché questa cosa funzioni è necessario che il film interessi alla massa del pubblico, ovvero che venda in grandi volumi. Come ben sappiamo, da questo punto di vista, nell’ultimo periodo è più l’approccio del Marvel Cinematic Universe a funzionare, con i titoli di questo franchise che hanno letteralmente stravolto la classifica delle prime 10 posizioni dei film che hanno guadagnato di più in ogni epoca.

L’MCU si inserisce nel solco che stiamo descrivendo: da una parte aumenta la velocità dall’altra struttura una fitta rete di rimandi che rende sempre attivo il lavoro interpretativo dello spettatore, dandogli la sensazione che il ritmo della narrazione sia forsennato. L’MCU, grazie al lavoro di autori come Jon Favreau, James Gunn, Taika Waititi e dei fratelli Russo, tra gli altri, ha inaugurato una nuova fase di tecniche narrative per il cinema.

È qui che si inserisce Star Wars. Proseguendo sulla strada dell’MCU innesta una terza dimensione, oltre alla velocità e ai rimandi, ovvero il valore cross-mediale. Quello che il Lucasfilm Story Group sta cercando di creare è un continuum potenzialmente infinito, ovvero un immaginario che vive di storie, di fatti, di situazioni politiche e di stravolgimenti sociali, per poi inquadrare e seguire uno di questi avvenimenti a ogni opera.

Abbiamo capitoli di The Mandalorian in cui l’attenzione dello spettatore è stimolata da decine di riferimenti per singola ambientazione. In un film come Solo: A Star Wars Story, nella residenza di Dryden Vos, la First Light, abbiamo un numero incredibilmente elevato di oggetti che l’appassionato di Star Wars è chiamato a riconoscere. In altri termini, parliamo dei cosiddetti “Easter Egg”: anche l’appassionato più incallito non li riconoscerà tutti, ma avrà la sensazione di un mondo pieno di diramazioni, una realtà alternativa sempre più perfetta per l’evasione.

Episodio IX: L’Ascesa di Skywalker è l’apoteosi da questo punto di vista. Gli autori cercano di replicare gli intenti di George Lucas, che nella trilogia originale lasciava incompiute delle storie proprio allo scopo di dare l’opportunità, con l’immaginazione o con opere appunto cross-mediali, di coprire gli spazi vuoti. Ha ripetuto questo approccio anche con la trilogia prequel, affidando espressamente a Dave Filoni l’incarico di coprire i vuoti, dando il là definitivamente a un nuovo modo di raccontare Star Wars e di fare narrazione. Propria di Lucas anche la celebre tecnica di iniziare il racconto in medias res, lasciando lo spettatore disorientato su ciò che poteva essere accaduto qualche attimo prima.

Tornando a Episodio IX, cito solamente la cantina di Babu Frik su Kijimi: in due shot consecutivi abbiamo dapprima una rapidissima carrellata su varie forme di vita e personaggi conosciuti, come Dengar, e dopo l’omaggio a John Williams, con la sua sequenza (pochissimi secondi) che ospita 51 oggetti che riportano alla mente i 51 film con cui il compositore è stato candidato all’Oscar. È ovviamente impossibile riconoscere tutto alla prima visione ma Star Wars, così come vuole la tradizione inaugurata da Lucas, deve essere congegnato per favorire ripetute visioni dopo quella iniziale.

Insomma, Star Wars oggi rappresenta una concretizzazione importante dell’evoluzione delle tecniche narrative. Ma affonda le radici in un lavoro che non ha precedenti nella storia del cinema: George Lucas è a tutti gli effetti da intendere come un pioniere per il cinema, come lo è stato Steve Jobs per l’informatica. Prima di Lucas non esistevano i concetti di merchandising o di serialità mischiata a tecniche di narrazione in medias res. Nessuno aveva mai fondato una società che si occupasse specificamente di effetti speciali (come la Industrial Light & Magic) e nessuna singola persona possedeva in solitaria il controllo su un franchise così grande come Star Wars.

Guerre Stellari divenne velocemente il film di maggior successo nella storia del cinema, sia a livello di incassi che di nomination e premi vinti agli Oscar, ben sette, cosa mai accaduta per un “film per bambini”, così come allora veniva considerato. Lucas, oltretutto, non era certamente una figura allineata allo star system hollywoodiano, anzi era apertamente avverso a certe prassi consolidate a Los Angeles. Uscì dal sindacato dei registi e questo gli impedì di avere Steven Spielberg come regista per Il Ritorno dello Jedi (per poi rimediare con Indiana Jones, sempre da lui prodotto). L’opening crawl, nello specifico, non poteva essere accettabile per le ferree regole di Hollywood, perché nella parte iniziale del film doveva esserci spazio per i nomi dei principali autori e del regista.

Ma Lucas non contravveniva le regole di Hollywood solo in questi casi, tutto sommato secondari. Se ci fate bene caso conferire tutto quel fascino al ruolo del cattivo, e ovviamente mi riferisco a Darth Vader, non poteva essere accettato dalla società intellettuale americana degli anni ’70: era una grave violazione delle regole della narrazione di quei tempi e, per certi versi, anche di oggi. Lucas dovette sopportare un fardello non indifferente, anche per via del suo carattere, schivo e apparentemente timoroso. Riuscì a dirigere solo Una Nuova Speranza mentre, come noto, lasciò che i successivi due capitoli fossero diretti da altri registi.

Per lui le riprese di Una Nuova Speranza furono estremamente difficoltose. Ciò che stava facendo era considerato azzardato dall’intera industria di Hollywood e, dopo aver girato delle riprese qualitativamente scadenti in Tunisia per la parte iniziale ambientata su Tatooine ed essere tornato a Los Angeles, si accorse che la ILM era molto indietro per tutta la parte di battaglie spaziali basata su modellini. È in quel momento che fu colto da un malore e che la sua salute fisica risentì di un progetto che andava al di là di ciò che era tecnicamente possibile a quei tempi.

Anche i rapporti con il cast erano complicati: Mark Hamill e Carrie Fisher (poco più che adolescenti quando il film venne girato) lo prendevano in giro durante le riprese, e lui non riusciva a gestire quel tipo di rapporto. In seguito i due attori avrebbero considerato George Lucas un “mito”, il vero padre di quell’ “Impero dei sogni” che ha reso il cinema evocativo oggi una parte fondante delle nostre esistenze.


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