Perché Gli Ultimi Jedi non è un brutto film

  Pubblicato il 10 Settembre 2019
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Tempo di lettura Tempo di lettura: 12 minuti


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Prima di ogni cosa, prima dei personaggi, prima delle vicende, prima dell’affetto che gli dedichiamo, gli Star Wars sono dei film. E per questo vanno giudicati secondo un metro il più possibile oggettivo che segue i criteri della critica cinematografica. Ma come si giudica un film? Il recensore deve attenersi a qualche punto di riferimento oggettivo o sarà sempre e comunque una dissertazione personale? A mio avviso, se deve esistere un ambito di recensioni di film la strada da seguire deve essere la prima.

Per poter giudicare un film bisogna innanzitutto individuare il messaggio che il regista vuole trasmettere, ovvero il senso del film. E poi cercare di capire come le varie parti del film concorrono alla formulazione del messaggio e come è strutturato il climax interno al film che porterà, verosimilmente nella sua ultima parte, alla concretizzazione finale del messaggio portante. Il montaggio in questo gioca un ruolo cruciale: da una parte deve essere modulato in maniera tale da mantenere alta l’attenzione dello spettatore, dall’altra deve accompagnarlo nell’interpretazione del messaggio rivelando il movente dietro la struttura del film in maniera graduale.

Il messaggio individuato da Rian Johnson con Gli Ultimi Jedi riguarda il pacifismo. Il che è molto bello perché, nonostante Star Wars tradizionalmente abbia sempre avuto la guerra al centro della sua narrazione, nei punti salienti della Trilogia Originale il sacrificio dei Jedi muoveva le parti emozionalmente più intense. Obi-Wan si sacrificava per mostrare a Luke la strada più giusta da seguire e questo ha ovviamente un parallelismo molto forte con la decisione di Luke adulto di sacrificarsi su Crait per consentire a Leia e a ciò che resta della Resistenza di fuggire via. Momento topico per l’interpretazione del messaggio del film da parte dello spettatore, rispetto al quale si ha una fugace anticipazione nel momento in cui Rose sventa il tentativo suicida di Finn con lo skispeeder sulle lande bianche del pianeta di sale.

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La prima parte del film è sufficientemente intensa e compatibile con il messaggio finale, intersecando a questo tema portante quello dell’inganno. Sulla scia delle critiche a Episodio VII per aver mimato troppo strettamente l’Episodio IV, Johnson ha cercato di fare qualcosa di molto più dirompente, e lo si evince soprattutto nel nuovo concetto di Forza, ma allo stesso tempo ha voluto citare l’Episodio V, che vedeva nel tradimento e nel raggiro il motivo trainante dietro la seconda intensa parte del film (si pensi al tradimento di Landro Calrissian rispetto ad Han Solo). Sotto questo punto di vista si spiega la presenza del personaggio di DJ, intrerpretato magistralmente da Benicio Del Toro, che ci lascia una delle più memorabili massime dell’Episodio VIII, parlando a Finn: “Vivi libero, non schierarti”.

La struttura de Gli Ultimi Jedi è migliore rispetto a quella di J. J. Abrams de Il Risveglio della Forza, visto che quest’ultimo racconta le cose troppo velocemente, si contraddistingue per un montaggio fin troppo incalzante finendo per essere troppo superficiale su certi argomenti delicatissimi come la crisi sentimentale tra Leia e Han, il ritrovamento di Luke e l’acquisizione di consapevolezza sulla Forza da parte di Rey. Più delicata in Episodio VIII la parte su Canto Bight, che apparentemente si distanzia troppo dal senso che il film acquisisce in altre parti, e che probabilmente si è resa necessaria per ripristinare il senso dell’avventura, che non può mancare in uno Star Wars. E che qui ha rischiato di latitare per via della distanza fisica tra i due protagonisti Rey e Kylo Ren.

Questo, perlomeno, era il mio pensiero subito dopo essere uscito dalla sala cinematografica. Il giorno dopo, leggendo i commenti della gente sui social, mi cadono le braccia. Non mi sorprende tanto il fatto che il film venga criticato (mentre i giornalisti lo avevano osannato fino a quel momento) ma quanto astio ci sia. Star Wars ha sempre avuto reazioni di questo tipo: la gente lo odia o lo ama sin dalla Trilogia Originale. Perché, semplicemente, affronta temi filosofici delicati e perché fornisce una visione su come affrontare la vita, sottolineando l’eterno conflitto tra fra bene e male. Il che è sempre soggetto a interpretazioni, perché la strada del bene, come ci insegnano alcune storture della vita, non è sempre quella preferibile. E in Star Wars vince sempre il bene.

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Ma era un astio che andava oltre, che era legato al fatto che Johnson avesse cambiato così tanto scegliendo di sacrificare sull’altare del mercato Luke Skywalker, al fine di dare in seguito a Star Wars, al di là dell’Episodio IX. Ne abbiamo parlato in quest’altro contenuto, dove siamo andati ad esaminare come Disney sta ristrutturando tutto l’immaginario per garantirgli quella profondità che, se il progetto riuscirà, avvicinerà la serie a varie fasce anagrafiche del pubblico. Riscrivere tutto coinvolgendo media non propriamente popolari, come i romanzi, sembra coincidere con un piano non certo di facilissima esecuzione.

Ma non era tutto, c’era un’altra componente alla base di tutto quell’astio. Riuscì a spiegarmela solo dopo un po’ di tempo, quando ho letto articoli come questo. Si parla di “politicizzazione strategica della cultura pop attraverso la manipolazione dei social media”. Fondamentalmente, si scoprì che più del 50% dei tweet negativi nei confronti del regista Rian Johnson provenivano da quegli stessi bot, troll e attivisti politici che già avevano riempito le bacheche dei social network a proposito di Brexit, Trump e degli altri temi contrari alle fondamenta classiche della nostra società occidentale. Pare che questi profili siano controllati dalla Internet Research Agency, un’azienda russa, con sede a San Pietroburgo, impegnata in operazioni di propaganda online per conto di aziende russe e per gli interessi politici del Cremlino conosciuta anche come “fabbrica dei troll”.

Ora, ciò che voglio dirvi, al netto del poter legittimamente esprimere un’opinione su un film, è che tutti noi siamo assolutamente suscettibili al condizionamento in una società che muove i suoi passi proprio dalla creazione di consenso intorno a temi che fanno l’interesse di organizzazioni molto potenti. Riconoscere che noi stessi siamo le prime vittime delle “fake news” e dell’indottrinamento è il primo passo per poter distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.

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Allo stesso tempo, bisogna riconoscere come Gli Ultimi Jedi, oltre a non essere narrativamente fluido in certi punti, stravolge fin troppo il concetto di Forza rispetto alla Trilogia Originale. Mentre lo spettatore dei film anni ’70 e ’80 si era abituato a vedere la Forza come prerogativa della famiglia Skywalker, adesso deve essere disposto a un cambio di prospettiva radicale. Anakin, Luke e Leia non sono gli unici force sensitive: chi lo apprende da Gli Ultimi Jedi è come se ricevesse un pugno allo stomaco, ma chi si era preparato alla transizione a Disney, aveva visto Star Wars Rebels e letto i romanzi sapeva bene che qualcosa era cambiato. Qui torniamo alla distanza che si è venuta a scavare tra fan incallito di Star Wars, che conosce tutto perché legge i romanzi e i fumetti, segue le serie TV e gioca ai videogiochi, e chi vede solo i film: i primi apprezzano e vedono una coerenza di fondo negli stessi punti in cui i secondi rimangono spiazzati e si lamentano. E creare proseliti che rientrino nella prima categoria piuttosto che nella seconda, per Disney, non è certo facile.

Nell’Episodio VIII la Forza è il vero motore dell’intreccio, andando ad approfondire l’annosa, e prima di questo film fumosa, tematica dell’Equilibrio. Yoda e il Consiglio dei Jedi nella Trilogia Prequel individuavano Anakin come il Prescelto perché avrebbe portato Equilibrio nella Forza nel senso che avrebbe contribuito a far prevalere il Lato Chiaro. La Trilogia Prequel faceva chiarezza su questo nella parte finale dell’Episodio III: la Luce non può in nessun caso precludere ogni via all’Oscurità ed Equilibrio non può coincidere con l’estinzione dei Sith. Luke è sgomento nella nuova trilogia proprio perché è vittima di questo fraintendimento: non può sbilanciare così tanto l’Equilibrio verso il Lato Chiaro e il suo tentativo di istruire una nuova generazione di Jedi gli si ritorce contro e Ben Solo, che ha una naturale predisposizione al Lato Oscuro, passa bruscamente sotto l’egida di Lord Snoke.

Luke decise di chiudersi alla Forza e di nascondersi su Ahch To lasciando la Forza squilibrata verso il Lato Oscuro. È per questo che la Forza, costantemente alla naturale ricerca dell’Equilibrio, si concentra massicciamente in un essere casuale, Rey. A questo punto è il meccanismo di bilanciamento della Forza che potrebbe essere il motore della narrazione dell’Episodio IX, piuttosto che la scoperta dei veri genitori di Rey. Probabilmente ci sono e sono due persone ben identificabili, ma ciò che rende Rey così potente è da ricercare nel fraintendimento che ha portato Luke a comportarsi in un certo modo.

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Chi pensa che l’Episodio VIII sia contraddittorio evidentemente si è perso qualche passaggio. Non solo chi ha letto i romanzi, i fumetti, guardato le serie TV e giocato i videogiochi sa che Star Wars non si contraddice da quando è stato preso in mano dalla Disney, ma, se è bene informato, sa anche che esiste uno Star Wars Story Group, che lavora per approvare e per far combaciare qualsiasi storia parallela che vuole avere l’aspirazione di rientrare nel Canone. Tutto è revisionato secondo questo scopo, anche il meno conosciuto dei fumetti, figuriamoci se un processo di valutazione del genere non venga applicato su un film della trilogia principale.

La Trilogia Sequel è poi figlia delle più recenti introduzioni nella narrativa cinematografica, come è inevitabile che sia. Si parte da spunti più tormentati e meno sognanti rispetto a quelli degli anni ’70 e ’80, perché figli di un’epoca più oscura. Dove non esiste il male solo per il piacere di essere il male, dove ciascuno, buoni o cattivi, ha un suo ruolo nel mondo, e dove ciascuno lotta perché cerca di ritagliarsi un posto, al di là della fazione. Probabilmente alla fine trionferà sempre la parte buona, ma Rey dovrà attraversare un percorso di atroce sofferenza e combattere viso a viso con la tentazione di passare al Lato Oscuro.

La Forza ha quindi scelto di “risvegliarsi” in Rey, come ci suggerisce il sottotitolo dell’Episodio VII, ponendo l’eroina come diretto contraltare rispetto al designato erede del potere degli Skywalker, Ben Solo. A questo proposito si può rileggere la morte di Snoke come un ulteriore tentativo di esaltare la figura di Ben Solo/Kylo Ren, adesso assurto a Leader Supremo. Si noti allo stesso tempo come i vari romanzi vadano a coprire diversi archi temporali, e lo stesso si può dire delle serie TV e i videogiochi, sviscerando personaggi come Phasma, Lor San Tekka, Poe Dameron, BB8, Amilyn Holdo, e tanti altri, ad eccezione di Lord Snoke. Chi sia veramente il mentore di Kylo Ren, e come il Primo Ordine sia effettivamente sorto dalle ceneri dell’Impero, non sono argomenti trattati, e neanche lontanamente sfiorati, dalle opere collaterali. Che siano questioni affrontate da L’Ascesa di Skywalker? Lord Snoke tornerà nell’Episodio IX, magari con un flashback?

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La Forza, quindi, non è prerogativa dei Jedi, e questi ultimi non la padroneggiano in maniera migliore, o completamente differente, rispetto all’uso che ne fanno i Sith. “Essa è vita, morte, pace, violenza, luce, oscurità. È dentro di noi. Circonda tutto e tutti” diceva Yoda già nell’Episodio V. E Luke ha finalmente inteso nella sua totalità l’insegnamento del suo Maestro nel momento in cui lo deve trasmettere a Rey e dopo ciò che è successo con Ben per via di una sua prima interpretazione sbagliata. Come intende fare Disney da più punti di vista con i nuovi contenuti di Star Wars, Episodio VIII quindi vuole riscrivere le regole storiche di Star Wars, ma senza contraddire in nessun punto i contenuti canonici del passato.

L’Episodio VIII, così come il VII, sembrano superficiali in alcuni punti cruciali. Come mai la Dreadnought Supremacy guidata dal Generale Armitage Hux riesce a rintracciare la Raddus, la Nave Ammiraglia della Resistenza, nell’Iperspazio? E come mai i suoi raggi laser non colpiscono la Raddus, dileguandosi nello spazio? Sono punti che nei film non vengono chiariti in maniera efficace e, ancora una volta, bisogna ricorrere ai materiali a corredo, come Rogue One nel caso dell’iperspazio (Jyn Erso nomina, sulla base imperiale di Scarif, una tecnologia dal nome tracciatore iperspaziale) e la novelization ufficiale dell’Episodio VIII di Star Wars per quanto riguarda il funzionamento di altri aspetti della Supremacy.

Un discorso analogo si può fare per Episodio VII, che è stato aspramente criticato per il riattivarsi di R2D2 in un momento incredibilmente favorevole dal punto di vista delle esigenze della trama, portando all’individuazione della posizione di Luke proprio in concomitanza con la parte finale del film. C’è chi ritiene che sia stato Luke a fornire a R2D2 le indicazioni per farsi ritrovare ma, come ha spiegato lo stesso J. J. Abrams, non è proprio così. R2D2 avrebbe ritrovato le indicazioni sui Templi Jedi (Luke è alla ricerca del primo Tempio dei Jedi, come spiega Han) durante l’Episodio IV, quando Luke e Han sono alla ricerca di Leia a bordo della Morte Nera. Si era collegato al database della Morte Nera e aveva ottenuto la mappa integrale della galassia con, tra le altre cose, la disposizione dei Templi Jedi. 38 anni dopo, quei dati si riattivano quando BB8 porta il tassello mancante della mappa, ottenuto per mezzo di Lor San Tekka (questa parte della storia è raccontata in un videogioco, Star Wars Battlefront II).

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Rian Johnson ha dichiarato che una delle prime idee che ha avuto per Gli Ultimi Jedi riguardava la scena su Ahch’To in cui Rey vede tante proiezioni di sé stessa. Andò da Rick Carter, production designer di enorme reputazione a Hollywood e responsabile di quasi tutti gli Star Wars, e, dopo aver discusso di vita, spiritualità e personaggi, alla fine insieme scelsero la versione definitiva, in cui, alla richiesta di vedere i suoi, Rey vede riflesse sullo specchio due figure oscure che si uniscono in una, mostrando poi sé stessa. Johnson ha pensato per prima a questa scena perché voleva una visualizzazione molto forte per evidenziare come questo sia il momento più significativo del film, anche se poi diventerà definitivamente chiaro solo dopo l’Episodio IX. Come abbiamo detto l’Episodio VIII ripercorre l’Episodio V in alcuni elementi basilari (abbiamo visto la questione dei doppi giochi): anche questo è un richiamo, ovvero della sequenza di Episodio V dal maggiore impatto, quella dove, su Dagobah, Luke vede il suo volto all’interno della maschera infranta di Darth Vader. Luke doveva confrontarsi con il padre, Rey solo con sé stessa. “L’appartenenza che cerchi non è dentro di te, ma davanti a te” le dice infatti Maz Kanata.

Ingiuste, a mio parere, anche le critiche sulla presunta inefficacia di Kylo Ren come “villain” e sulla morte di Luke. Al di là delle recenti dichiarazioni di Martin Scorsese sullo spessore come attore di Adam Driver. “Uno dei migliori attori – se non il miglior attore – della sua generazione” ha detto il regista di Toro Scatenato al Telluride Film Festival. Bisogna considerare che Disney sta chiedendo un’interpretazione molto particolare a Driver, perché vuole un Kylo Ren molto tormentato come potrebbe esserlo un giovane che vive la nostra, difficile, epoca moderna. Non è sicuro come Darth Vader, è allo stesso tempo tormentato ed eroico come testimoniano i due gesti più eclatanti compiuti fin’ora, per certi versi simili per altri diametralmente opposti, ovvero le uccisioni del padre, Han Solo, e di Lord Snoke, il suo maestro oscuro, diventando così Leader Supremo del Primo Ordine.

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Ovviamente il personaggio più discusso è Luke Skywalker, che passa da eroe sognatore modello anni ’80 a insicuro e patetico Jedi maturo. È ovvio che questo passaggio può non piacere, anche perché Disney ha interesse a togliersi questo “scomodo” personaggio di torno, per poter avere libertà nel proseguire la saga come vuole. Allo stesso tempo bisogna considerare come la morte di Luke ne Gli Ultimi Jedi ricalchi perfettamente gli insegnamenti di Yoda e dell’Ordine Jedi: “un Jedi usa la Forza per saggezza e difesa, mai per attaccare”. Questa decisione di Luke, del sacrificio che ha fatto per poter dare alla Resistenza una possibilità in più, va poi vista in simbiosi con quello che è il messaggio del film, come abbiamo visto, che ha a che fare con il pacifismo. Come Obi-Wan prima di lui, Luke rinuncia a combattere, cercando di dare un ultimo insegnamento a Ben/Kylo Ren, ovvero che la guerra è inutile, e che il sacrificio è ciò che distingue gli eroi da chi non troverà un posto nella storia. Luke muore perché usa per un tempo molto prolungato il potere Jedi della proiezione, cosa mai fatta prima d’ora da nessun Jedi/Sith. Una dimostrazione eccezionale di quanto potente sia diventato grazie alla sua meditazione, all’interno di una delle scene più epiche di sempre di Star Wars, e questo penso non possa essere messo in discussione.

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E poi c’è Leia, già definita da J. J. Abrams come il “cuore” della nuova trilogia, e come sanno bene gli appassionati che hanno letto i vari romanzi di accompagnamento ai tre film della Trilogia Sequel. È stata molto criticata la scena in cui Leia, con un ultimo disperato balzo vitale, letteralmente fluttua nello spazio per ritornare a bordo della nave e mettersi in salvo. Quando ho visto per la prima volta Gli Ultimi Jedi al cinema (l’ho poi rivisto quattro altre volte al cinema, e innumerevoli a casa) ho provato una fortissima emozione, e per questo mi sono molto rammaricato quando ho scoperto che questa scena è stata criticata da molti. Dopo tantissimi anni finalmente Leia usa la Forza al cinema per qualcosa di “fisico” (non solo premonizioni o sensazioni su ciò che stava capitando ai suoi amici distanti da lei). Leia è ovviamente sensibile alla forza, oltretutto in maniera molto speciale perché discendente di Anakin (colui che ha il maggior numero di Midi-chlorian all’interno delle cellule del suo corpo) e sorella gemella di Luke. Leia ha deciso di non istruirsi alle vie della Forza, ma ovviamente la conosce benissimo per via dei tanti racconti sentiti da Luke e per quello che ha visto essendo rimasta a contatto dei personaggi e di fatti salienti lungo la sua vita fatta di guerra e di gesta eroiche. Leia oltretutto usa un potere simile nel romanzo Leia Principessa di Aldeeran quando deve salvare Kier Domadi.

In definitiva, quello che ho voluto dire con questo post è che un film non va giudicato sulla base dei sentimenti personali, ma sulla base di considerazioni tecniche. Da un punto di vista di analisi oggettiva, Star Wars: Gli Ultimi Jedi non può essere considerato come un cattivo film perché la sua progressione e la formazione del messaggio insita nella sua struttura narrativa sono ben fatte, da un regista che ha grande talento (si guardi il film Looper). Andare a sindacare sulle scelte di script non può essere considerato accettabile da un punto di vista di individuazione del valore di un film, perché tutto diventerebbe eccessivamente soggettivo. Oltretutto, Johnson, a mio modo di vedere le cose, ha fatto con Gli Ultimi Jedi un lavoro migliore rispetto a quello fatto da J. J. Abrams con Il Risveglio della Forza, perché è un film audace e innovativo. Insomma, se vogliamo che Star Wars continui ad avere successo abbiamo bisogno di autori che non si limitino a citare il passato, ma che inventino qualcosa di nuovo per portare avanti la storia.

Questo articolo è stato scritto da un lettore di Star Wars Addicted.